LETTERATURA FEMMINILE

Non è un paese per vecchie, di Loredana Lipperini
vecchie-Loredana Lipperini

Loredana Lipperini, giornalista e conduttrice radiofonica, in Non è un paese per vecchie, edito da Bompiani, affronta in generale il macro-argomento della condizione degli anziani nella società odierna e in particolare delle donne. Sviscerando il substrato culturale e sociologico che sottende a questo argomento, di cui poco si parla nel nostro paese, fornisce spunti interessanti. Il saggio è ricco, infatti, di statistiche, dati e soprattutto di voci, da quelle delle grande femministe del Novecento, come Simone de Beauvoir, a quelle spietate del web. Le ultime raccolte con ricerca e cura dalla stessa Lipperini da svariati blog, social network, testate giornalistiche.

L’autrice fotografa in maniera brillante e arguta la vecchiaia, termine che, come sottolinea lei stessa, non sembra essere più di buon uso in una società il cui mantra è “Rimani sempre giovane! Vietato invecchiare!”.

Siamo un paese di mezza età, miope e narcisista, che ama trovare nello specchio solo quel che desidera vedere. Un adulto/a di bell’aspetto, possibilmente con buone disponibilità economiche, sessualmente appetibile. E che fa una terribile confusione sulla definizione stessa di vecchiaia.

Come emerge dal testo, i vecchi sembrano inesistenti nella nostra società, nonostante il loro numero sia elevatissimo nel nostro paese. Non appaiono in televisione, nelle pubblicità, sentiamo parlare di anziani solo per vicende di cronaca nera o quando l’afoso caldo estivo ci ricorda della loro fragile esistenza. Ancora peggio se rivolgiamo lo sguardo alle donne anziane, di cui si citano solo volti impossibili da ignorare come Margherita Hack, Rita Levi Montalcini o altre dello stesso calibro.

I vecchi, se mostrati, appaiono relegati agli stereotipi culturali secondo i quali la donna anziana si dedica solamente alle faccende di casa, promuovendo prodotti per pulire e gli uomini, vecchi imprenditori godono del tempo libero. Nota la Lipperini che i vecchi sembrano infastidire, repellere, forse perché ricordano a chi li guarda che il tempo passa, che il viso, nonostante creme anti-age e punture di botulino, mostrerà i segni dell’età, che il corpo inizierà ad avere acciacchi. Ma in una società veloce, dinamica, sempre sotto lo sguardo attento dei social network non sembra contemplata la possibilità di invecchiare. Così se le donne anziane appaiono sugli schermi sono donne avvenenti che evidenziano di non dimostrare i loro settant’anni, promuovendo prodotti miracolosi capaci di fermare il tempo, ridurre l’invecchiamento, stimolare la dopamina.

Lipperini riflette sul rapporto che la società odierna ha con la vecchiaia, la terza età che sembra destinata ad arrivare sempre più tardi. Esiste una sorta di rifiuto di quell’età. La neghiamo, la cancelliamo e continuiamo le nostre vite in una lotta continua contro il mostro dell’invecchiamento. La vecchiaia e di conseguenza la morte sono diventati i grandi tabù della nostra epoca, in cui l’imperativo categorico è rimanere giovani o almeno sembrarlo. Gli anziani della pubblicità, della narrativa, dei programmi tv riflettono una società irreale, una situazione falsata.

Le cose stanno cambiando si dirà. Non si comincia forse a parlare di sessualità dei vecchi, di turismo della terza età, di “tsunami d’argento”? I vecchi non vanno forse a ballare in televisione? Vero. Ma quella, semmai, è l’altra faccia della questione: non persone che proseguono la propria vita in coerenza con il proprio passato, e con la consapevolezza che non è – non dovrebbe – essere l’età a definire la persona. Ma persone che tentano di adeguarsi al canone di giovinezza perenne che viene loro imposto: perché, nel momento in cui non riusciranno più a modellarselo addosso, sarà la fine.

Ciò che maggiormente affascina del saggio della Lipperini è sicuramente la riflessione intorno alla condizione della donna anziana nella società di oggi. Perché se è vero che i vecchi vengono demonizzati perché succhiano con le loro pensioni tutto il benestare dei più giovani, le vecchie o non vengono considerate o sono nuovamente vittime dei peggiori pregiudizi del caso. La Lipperini ci mostra che anche nella vecchiaia c’è disparità, anche in un’età che dovrebbe essere quella più libera la donna viene incasellata in precisi schemi imposti: la mamma, la nonna, la tata. Colei che accudisce, custode del focolare domestico. Ancora troppi i pregiudizi nei confronti di donne che riscoprono se stesse, la propria sessualità.

Dentro lo stereotipo anagrafico esiste quindi un sub-stereotipo di genere. Cambia la fascia d’età ma le differenze e le discriminazione di genere rimangono. L’autrice sottolinea che la donna dopo i cinquant’anni spesso non ricopre un ruolo attivo nel mondo del lavoro o nel sociale. Anche nel settore della comunicazione e telecomunicazione prevalgono gli uomini e della donna, per l’ennesima volta, si enfatizza solo il lato materno e domestico come se non esistessero donne imprenditrici.

Ma la televisione mostra quel che già è, o meglio, quel che raccoglie dopo decenni in cui i pozzi avvelenati, e una certa cultura del femminile è stata facilmente diffusa.

Rimane invariata la potenza del significato simbolico del corpo femminile, lo sguardo dell’uomo si fa ancora più feroce e la donna continua a sentirsi giudicata per il proprio aspetto, sbagliata, indirizzata dalle riviste su come vestirsi, su come tagliare i capelli, denigrata dalla società se ha una relazione con un uomo più giovane.

Le riviste femminili mostrano corpi sempre più giovani e sempre più impossibili, acuendo così la consueta schizofrenia della lettrice, divisa tra articoli trillanti sulle gioie della seconda giovinezza e le immagini che confermano come sia irraggiungibile quella seconda età dell’oro anche a costo di piallare, drenare, livellare, idratare, nutrire.

La Lipperini è abile nel mostrarci una realtà che è quotidianamente sotto i nostri occhi, ma a cui non prestiamo attenzione. Ci porta, inoltre, all’interno delle costosissime case di cura per anziani, racconta le storie da brivido di tanti uomini e donne, ma anche la difficile situazione economica della maggior parte degli anziani che, nonostante le dicerie delle pensioni d’oro, dati alla mano, vive sotto la soglia di povertà. I vecchi si rivelano le colonne portanti del sistema economico italiano, aiuto essenziale per le famiglie, per i figli eppure passano inosservati, in un paese che non sa adattarsi alla crescente domanda di una fetta enorme della propria popolazione. L’Italia si rivela indietro nell’occupazione femminile, soprattutto per quanto riguarda le donne adulte che pare da una parte non possano invecchiare, dall’altra non possano lavorare.

Lipperini fa luce su una vastità di macro-argomenti interessanti, taciuti, con grande spirito giornalistico. Un saggio ricco di dati, di spunti, di riflessioni. Consigliatissimo, adatto ad ogni età.

Cancellare qualunque segno che il tempo scrive sul nostro corpo significa cancellare anche la nostra memoria. Significa l’oblio, il non voler sapere, il non voler mostrare. Significa, infine, sottovalutare l’importanza dell’esperienza, illudendosi che l’immediatezza sia l’unico valore degno di essere riconosciuto. Non corriamo, allora, il rischio che l’essere stesso di ognuno di noi svanisca in un apparire che non dice più nulla di ciò che siamo?

Redazione Letturificio
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