LA CITTA DEI LETTORI

Letturificio intervista Nicola Lagioia
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Dopo aver vinto il Premio Strega nel 2015 con La ferocia, Nicola Lagioia torna con La città dei vivi. Il libro, ricostruendo le vicende intorno all’omicidio del giovane Luca Varani, avvenuto nel 2016 per mano di Marco Prato e Manuel Foffo, indaga il lato oscuro dell’animo umano. In occasione del festival de La città dei lettori, abbiamo avuto il piacere di rivolgere all’autore qualche domanda.



Il suo ultimo libro, La città dei vivi, racconta del terribile omicidio di Luca Varani, caso che, per la sua efferatezza, ha sconvolto l’intero Paese. Sorge spontanea la curiosità sul perché ha deciso di scrivere un libro su questa storia..

Ricordo benissimo quel 6 marzo 2016, quando la notizia cominciò a diffondersi attraverso i mezzi di comunicazione. Ho visto il telegiornale e ho arretrato come si arretra di fronte alle cose che, da una parte, fanno inorridire e, dall’altra, fanno risuonare qualcosa dentro. Per prima, mi ha colpito l’efferatezza dell’omicidio, sembrava più simile ad un omicidio rituale che ad un classico delitto metropolitano; poi, l’assenza di movente: gli assassini non avrebbero avuto alcun vantaggio nel torturare e poi ammazzare una persona che conoscevano a malapena, come nel caso di Marco Prato, o che non conoscevano affatto, come nel caso di Manuel Foffo. E in ultimo, il fatto che non si trattasse di un omicidio maturato in una dimensione criminale: se a Manuel Foffo e Marco Prato avessero detto, una settimana prima, che si sarebbero ritrovati in galera per un omicidio di quel tipo non ci avrebbero creduto, perché agli occhi di tutti erano dei giovani normali, qualunque sia il significato che vogliamo dare a questo termine. La cosa, però, più perturbante di tutte è che i due assassini non si capacitavano di ciò che avevano fatto, in loro l’informazione non diventava conoscenza. Agli inquirenti parlavano come degli spossessati, come se la volontà del male non fosse stata determinata, ma fosse stata una sorta di forza che li aveva trascinati, togliendo loro il libero arbitrio. Questo mi ha fatto pensare di trovarmi di fronte a qualcosa di tristemente nuovo. Ovviamente quando ho iniziato a scrivere il libro non ho fatto la somma di questi elementi in maniera razionale, ma tutti questi dettagli facevano risuonare dentro di me una sorta di urgenza di provare a capire come era potuto succedere.


Ha lavorato per ben quattro anni a questo libro tra interviste, raccolta di documenti, incontri con le famiglie coinvolte, ha addirittura intrattenuto una corrispondenza con uno dei colpevoli, Manuel Foffo. Vuole raccontarci qualcosa sul lavoro dietro a La città dei vivi, in particolare su come è riuscito a plasmare il materiale raccolto in un’opera letteraria?

Il primo anno è mezzo di lavoro è stato molto intenso e l’ho dedicato alla raccolta degli atti, perché dal punto di vista legale non era possibile pubblicare il libro senza che ogni parola avesse un appoggio processuale. Proprio per questo motivo La città dei vivi è uscito soltanto quando c’è stato il passaggio in cassazione. Ho fatto tante interviste e parlato quasi con tutti coloro che avevano avuto qualcosa a che fare con questo omicidio. Con molti di loro è stato un approccio lento, difficile, ci siamo visti più volte, ma ne è valso un grande insegnamento per me: ha significato uscire dalla mia comfort zone e avere a che fare con tutta una serie di persone lontane dalla mia realtà quotidiana. Alla fine di tutto questo lavoro mi sono ritrovato con quasi 5000 pagine. Quelle stesse pagine sono riordinate in due armadi di casa mia, da una parte per nuclei narrativi: la parte di Varani, quella di Prato e quella di Foffo; dall’altra, le stesse pagine, catalogate in ordine cronologico da 6 mesi prima dell’omicidio, fino alla cassazione. Il lavoro è durato più o meno quattro anni. Rispetto ad un romanzo di finzione, qui la scrittura è arrivata successivamente alla fase di ricerca, circa un anno dopo. Questo mi ha permesso, in maniera inconscia, di maturare molta più consapevolezza sulla lingua e sulla cifra stilistica. Mi serviva una lingua semplice, ma in grado di evocare la complessità di un caso come questo.


La città di Roma è parte integrante di questo libro e di questa storia, la sua bellezza eterna macchiata dai suoi mille problemi: disorganizzata, spesso corrotta, assediata dai topi, ma al tempo stesso unica e capace di far sentire libero chi la abita. La descrive come una sorta di creatura che una volta conosciuta ti divora, ti ingloba. Vuole parlarci del suo rapporto con questa città?

Con Roma non si può avere un rapporto pacifico, soprattutto in questo momento, né tantomeno un rapporto alla pari, per quanto Roma è più antica, più grande e anche più saggia. Una città in cui gli opposti si incontrano; per molti versi invivibile, ma per altri traboccante di vita come poche altre al mondo e in cui c’è una facilissima capacità di socialità. Roma è una città cinica, che stronca qualunque tipo di ubris e in cui nulla sembra valga la pena di essere fatto, come se tutto fosse già accaduto in una città che ha visto più volte la fine del mondo e la sua resurrezione. Però, al tempo stesso, sullo sfondo di questo cinismo, c’è una segreta saggezza, una consapevolezza che tutto passa, che nulla è eterno, che siamo transitori. Quando stavo lavorando a questo libro si parlava di un mondo di mezzo, collegato allo scandalo di Mafia Capitale, ma in realtà questo mondo di mezzo, nel bene e nel male, esiste da sempre in città. Come una sorta di intercapedine. A Roma, a differenza di città come Parigi o Londra, le classi sociali sono molto permeabili, si mescolano fra di loro. Questo elemento è interessante perché rende la città un luogo in cui è possibile fare esperienza e conoscere chiunque. Purtroppo, da quindici anni a questa parte Roma è una città senza bussola, ma risorgerà ancora. Ne sono sicuro.


Il caso di Luca Varani è stato per molto tempo protagonista della scena mediatica. I media ne hanno sviluppato una sorta di ossessione e lo stesso hanno fatto i telespettatori, che desideravano conoscere ogni dettaglio dell’accaduto, ogni minimo risvolto. Secondo lei perché il male e le sue manifestazioni, come appunto questo omicidio cruento, hanno una forza attrattiva così forte sull’essere umano?

Ci sono, secondo me, due motivi. Da una parte, purtroppo, la triste realtà è che siamo interessati perché l’abbiamo scampata. Il fatto di essere i sopravvissuti attira l’attenzione di molti. Poi c’è anche un altro motivo, che fa più onore a chi se ne occupa, e cioè che spesso in questi casi di cronaca nera viene portato al parossismo ciò che esiste quotidianamente nella società e che, col passare del tempo, la cambia. Tante volte quindi questi casi sono delle sorte di cartine di tornasole. Per quanto riguarda invece i mezzi di comunicazione, credo siano più giustificabili i giornali che devono scrivere oggi per domani e non avendo anni per occuparsi del caso, come li ho avuti io, rischiano di essere imprecisi. Meno giustificate le televisioni che avrebbero le risorse per fare gli approfondimenti e invece spesso preferiscono il tono scandalistico.


L’ultima domanda la rivolgiamo a tutti gli scrittori che partecipano al festival de La città dei lettori, il cui motto è “Leggere cambia tutto”: le piacerebbe dirci qual è, o quali sono, i libri che più di altri l’hanno cambiata?

Dovrei elencare un centinaio di libri, ma posso dire che da ragazzo sono stato un grande appassionato di fumetti, mi hanno accompagnato per lungo tempo. A livello letterario, i libri che forse mi hanno colpito di più quando frequentavo le scuole superiori sono The Waste Land di T. S. Eliot, La signora Dalloway di Virginia Woolf e molte poesie, come quelle di Eugenio Montale, Amalia Rosselli, Gesualdo Bufalino. Successivamente, quando sono diventato un vero lettore, sono arrivati tutti gli altri libri, quelli che mi hanno cambiato davvero, ma quelle letture degli anni giovanili restano fondamentali, perché hanno accesso una scintilla e mi hanno fatto scoprire quanto si potesse fare con la letteratura.


A cura di Sara Pasquini

Redazione Letturificio
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